Jinqiao Yule in italiano suona come “il divertimento del ponte dorato”. È un quartiere di Erenhot – Erlian in mandarino – l’ultima città prima che la regione cinese della Mongolia interna, passato il confine, diventi Mongolia e basta.
Un ambiente spoglio, due divani macchiati, un grande specchio, tre poster di donne bionde che si masturbano sulla spiaggia, sgabelli di plastica ingrigiti dalla polvere e un enorme televisore su cui scorrono rumorose le immagini di una telenovela. Mister Bo è seduto dietro a un basso tavolino di vetro. Si accende una sigaretta e aspira con calma. Scruta con occhi invadenti trasformatisi per l’occasione in registratori di cassa come quelli di Paperon de’ Paperoni. La circostanza, però, è tutt’altro che disneyana. «È la prima volta che mi offrono una russa», esclama soddisfatto rivolgendosi ad Esso, la mia interprete mongola. «Potrei provarla per tre mesi, per capire se porta buoni affari». Mister Bo è un cinese originario di Jirem aimag, un piccolo paese non lontano da Erenhot. Ha la carnagione scura e il viso pulito. La realtà dei suoi 57 anni anagrafici si nota solo quando accenna un sorriso e un ventaglio di piccole rughe si apre a circondargli gli occhi a fessura. Da due anni è l’ezen, il boss, di uno dei cinquanta bordelli del Jinqiao Yule, a detta dei tassisti il migliore dei tre quartieri a luci rosse di Erenhot. Dopo aver trascorso quasi una vita a svolgere una professione “normale”, ha optato per una svolta radicale. Ora guadagna fino a 10mila yuan al mese (1000 euro circa): un signor stipendio. «Ho sempre tenuto solo ragazze mongole. Un orgasmo costa 150 yuan (15 euro, N.d.r.), una notte intera varia tra i 200 e i 500 yuan a seconda che i clienti siano locali oppure stranieri facoltosi. Io incasso il 30%». Insinua di nuovo gli occhi nel corpo. «Ovviamente nel suo caso (che sarebbe il mio, N.d.r.) il prezzo a prestazione sarebbe più alto». Ghigna. «Quando arrivano ragazze nuove, io mi occupo di fornire loro vestiti e cosmetici. Ritengo che per guadagnare bene sia indispensabile investire sui dettagli: fanno la differenza e permettono maggiori profitti. L’alloggio è al primo piano, non faccio pagare nessun affitto. Il turno di lavoro è dalle 21 alle 4 del mattino. I clienti passano in macchina qui fuori e guardano le ragazze in vetrina. Se un’auto si ferma, io esco e contratto. A quel punto, possono scegliere se salire al piano di sopra o portarsi la ragazza in albergo».
Si interrompe e rivolge lo sguardo verso l’ingresso. Dalla porta di vetro entra una delle “sue” ragazze. Occhiali da sole enormi, caschetto rossiccio perfettamente in ordine, t-shirt bianca e pantaloncini inguinali neri. Cammina dondolando. Dice di avere 18 anni, ma non li dimostra. Saluta Bo, lo rassicura e garantisce che tornerà presto: un lavoro che le frutta così bene non lo trova da altre parti. Sfila una sigaretta dal pacchetto del boss, se la lascia accendere e se ne va con passo sicuro. Radiosa. Sparisce nella macchina di un giovane. Rientra in Mongolia per un paio di giorni. Nonostante i mongoli non abbiano bisogno del visto per soggiornare in Cina, ogni trenta giorni devono raggiungere Erenhot, superare il confine e mettersi in regola con i documenti. Un ritorno in patria che dura spesso il tempo di un timbro sul passaporto. «Lei è veramente brava – riprende Mister Bo – in poco più di 20 giorni ha guadagnato circa 2500 dollari! Trovarne, di così…». Sospira. «Ultimamente sono rimasto solo con due ragazze perché le altre due sono dovute rientrare in Mongolia. Per emergenze familiari, hanno detto. Non credo torneranno. Ma poco importa: ne ho già ordinate di nuove ai miei contatti. Manderanno qualcuno a controllare che io sia in grado di prendermene cura e poi me le venderanno. Mi costano tra i 500 e i 1000 yuan a seconda della bellezza e dell’età». Si alza e fa cenno di seguirlo per le ripide scale. Al primo piano c’è un breve corridoio su cui si affacciano sei piccole porte, strette, ricoperte di carta plastificata fucsia. Sono gli ingressi di minuscole stanze separate da sottili pareti di compensato. Lo spazio per un letto rigido a una piazza e mezza, un comodino e una lampadina che cala dal soffitto a illuminare lo squallore. Nessun oggetto personale, pareti bianco ingiallito. Solo uno di questi loculi dà l’impressione di essere vissuto: scarpe in giro, vestiti sparsi, confusione. «Era di una ragazza che se ne è andata», spiega Mister Bo. Scappata? «No, è andata via senza pulire», ribatte secco dopo una breve esitazione. E cambia argomento: «Io dormo al piano terra, devo stare qui altrimenti non posso controllare gli affari».
È solo mezzogiorno. A quest’ora il Jinqiao Yule ha un’aria spettrale. Lo spiazzo e il viale che lo compongono – superato l’arco di ingresso – sono semideserti. Dormono quasi tutti. Sotto i grandi cartonati con foto di donne ammiccanti, le vetrate dei bordelli sono coperte da tende pesanti. Impossibile vedere dentro. Molte delle ragazze che arrivano qui per essere vendute sono accompagnate da donne mongole. E i miei occhi azzurri e i capelli chiari al fianco di Esso, una donna mongola, non passano inosservati. La voce di un potenziale affare ha fatto il giro del quartiere. In molti sono scesi in strada per cercare di accaparrarsi la gallina dalle uova d’oro, l’esotica novità. È la legge dei quartieri a luci rosse di Erenhot: se sei una donna con la pelle chiara e i tratti occidentali non puoi che essere una puttana russa. Alcuni protettori si fanno avanti, se possibile in maniera discreta, con quella che evidentemente credono la “mia” mediatrice. Arriva una automobile grigia. I finestrini si abbassano. Dentro siedono tre donne cinesi, in carne, sulla quarantina. Rossetto marcato e vistosi gioielli. Il loro sguardo, una volta sollevati gli occhiali da sole stile diva, assomiglia a quello di Mister Bo. Solo più spietato. «Conosciamo un posto migliore di questo. Salite in macchina!». Inutile far finta di niente e velocizzare il passo. Esigono a gran voce un numero di telefono. Scrivono il loro su un pezzo di carta sgualcito. È un cellulare di Pechino. Afferrano il braccio dell’interprete che si è allungato per prenderlo. L’aria si fa pesante. Ci si divincola, si sale su un taxi al volo. Loro stanno dietro, non mollano. Imbocchiamo la via principale della città. Lo specchietto retrovisore continua a riflettere l’auto grigia. Non è il caso di tornare in albergo. Si gira in tondo: vie, viali, viuzze in una corsa che dura fin troppo. Finché dietro non si è fatto il vuoto. Finalmente. Sospiro. Sollievo.
Due giganteschi dinosauri immobili in mezzo al deserto dei Gobi, i lunghi colli protesi l’uno verso l’altro fino a sfiorarsi per un bacio sospeso, segnano la fine dell’autostrada cinese 208 e formano un arco di benvenuto. Alla luce del sole Erenhot sembra una località tranquilla ed estremamente ordinata. Case basse e multicolore, architetture bizzarre, insegne arzigogolate e multilingue (cinese, mongolo antico e cirillico), alberghi e ostelli ovunque. È l’unico varco ferroviario a collegare Russia e Mongolia al Celeste Impero. Qui i treni si fermano per adattare i carrelli al diverso scartamento dei binari (in Mongolia sono più larghi secondo lo standard russo). Negli ultimi 15 anni, la città è diventata il passaggio obbligato per il 75% dei traffici commerciali – minerali, legname e cashmere – tra Russia, Mongolia e Cina. Ha visto crescere annualmente il suo Pil del 25% e aumentare la sua popolazione fino agli attuali 80mila abitanti, metà dei quali contadini trasferitisi dalle campagne. Il nuovo benessere della città si percepisce a colpo d’occhio: edifici e palazzine scintillanti spuntano nell’avveniristica “Nuova Erenhot”, il quartiere in cui la città sta rifondando se stessa in nome della modernità. Decine di camion parcheggiati all’orizzonte attendono di portare qualcosa oltre frontiera. Autisti abusivi ronzano vicino alla stazione degli autobus a caccia di passeggeri diretti a Pechino. Poi ci sono i dinosauri: centinaia di statue disseminate in ogni angolo della città, a ricordare il museo nato attorno al ritrovamento delle ossa di un bestione di 70 milioni di anni, ribattezzato Gigantoraptor erlianensis, il più grande esemplare di animale piumato mai vissuto sulla terra, in grado di attirare studiosi e appassionati da tutto il mondo.
Con il buio, Erenhot si trasforma. Si fa oscura e deserta. Acquista un’aria losca e sinistra, inusuale per una città cinese. E il quartiere a luci rosse diventa il centro nevralgico di questa seconda pelle. Nel Jinqiao Yule le tende si sollevano come il sipario di uno show. I neon rossi e rosa che provengono dalle vetrine gettano una luce surreale sulla strada. Accanto agli ingressi dei bordelli, in controluce, compaiono silenziose le sagome degli ezen che tengono sotto controllo la situazione. Le ragazze stanno sedute oltre il vetro, incorniciate da luci soffuse. Indossano vestiti attillati e trucco pesante. Sono tantissime. Alcune fumano, altre ballano per attirare l’attenzione. Tutte, indistintamente, sembrano riuscire a vedere attraverso i finestrini – rigorosamente oscurati – dei Suv o dei taxi che si aggirano lenti e su cui siedono i potenziali clienti.
Tungalag è una di queste ragazze. Lavora nel bordello di Mister Bayar. All’alba ha appena finito il suo turno di lavoro e parla mentre si sfila un corpetto nero per indossare una canottiera rosa. I capelli le scendono lunghissimi fino ai fianchi. Sono neri come lo smalto scrostato sulle unghie. Quello che sta cominciando, per lei è un gran giorno: torna a casa, ad Ulan Bator. Finalmente. Sei mesi fa si è lasciata convincere da una signora cinquantenne, amica di un’amica, a partire alla volta di Canton (“conosco un posto dove si possono comprare vestiti da rivendere in Mongolia a prezzi stracciati”, si era sentita proporre). S’è fidata. Atterrata a Canton non ha impiegato molto tempo a capire che la merce a prezzo stracciato era lei. «Quella che credevo un’amica dopo appena due giorni mi ha venduta al padrone di un night club ed è sparita portandosi via tutti i miei soldi. Il boss mi ha confiscato i documenti e mi ha detto che me li avrebbe riconsegnati solo in cambio di 10mila yuan». A quel punto, Tungalag non ha avuto scelta. Ha lavorato per cinque mesi a Canton, il tanto che bastava per riprendersi i documenti e racimolare i soldi per l’odissea del ritorno. Tappa successiva: Pechino. Un altro mese di schiavitù per riuscire a pagarsi i 550 km che dividono la capitale da Erenhot. In autobus. Nella città di frontiera si è fermata per una decina di giorni, anche qui, questione di guadagnare qualcosa per tornarsene ad Ulan Bator, dove la aspettano la madre, il fratellino di undici anni e la sorellina di due. «Non sanno cosa ho fatto in tutti questi mesi. Credo che racconterò loro la verità, non ce la faccio più a tenermi tutto dentro». Si toglie il trucco dagli occhi lucidi e solo in quell’istante si vedono i suoi 21 anni.
«La tratta delle ragazze dalla Mongolia alla Cina di solito è organizzata da mongoli, uomini e donne. Queste ultime spesso sono ex trafficate che ormai hanno perso valore sul mercato. Superato il confine insieme ai trafficanti, in molti casi già ad Erenhot, le ragazze mongole diventano oggetto di compravendita e finiscono nelle mani di protettori o agenti cinesi che provvedono a smistarle sul territorio», spiega Naran Munkhbat, giovane operatrice del Mongolian Gender Equality Center, una delle ong con sede ad Ulan Bator che si occupano di contrastare il crescente trafficking dalla Mongolia e di reinserirne nel tessuto sociale le vittime.
Dopo l’avvento della democrazia, nel 1992, in Mongolia poter viaggiare all’estero è diventato un diritto costituzionale che ha significato più libertà di movimento e più opportunità per i cittadini mongoli. E anche per i mercanti di esseri umani. Così sempre più persone (dalle 3mila alle 5mila secondo le fonti) diventano facili bersagli per criminali del trafficking. La maggior parte delle vittime sono donne portate in Cina per essere sfruttate dall’industria del sesso, cresciuta negli ultimi 30 anni agli stessi ritmi forzati dell’intera economia del gigante asiatico. Abbandonata la purezza morale perseguita dal maoismo, la Cina convive oggi con il paradosso della prostituzione: un mercato proibito dalla legge che prospera sotto gli occhi conniventi delle autorità locali. Come ad Erenhot, dove il Jinqiao Yule sorge a pochi metri da una stazione di polizia.
«Le vittime dei trafficanti – prosegue Naran – sono di norma ragazze tra i 18 e i 30 anni, provenienti da strati sociali con bassi livelli d’istruzione o da situazioni di disagio familiare. Possono essere donne sole, studentesse, disoccupate o prostitute. Vengono convinte a partire grazie alla promessa di borse di studio, di lavori redditizi o di un aiuto per combinare un matrimonio con uno straniero. Miraggi di una possibile fuga dalla povertà. In genere le ragazze sono adescate con annunci sui giornali o pubblicità radiofoniche, ma sono frequenti anche i casi di malcapitate vendute per due soldi da parenti o amici. In Mongolia, i centri di reclutamento più attivi sono Ulan Bator, Darkhan, Erdenet. Le mete principali in Cina sono i bordelli di Erenhot e Hohhot nella Mongolia interna o i grandi hotel e i locali notturni di Pechino, Shanghai, Canton, Hong Kong e Macao, solitamente frequentati da expat (gli stranieri, espatriati, residenti in Cina, N.d.r.). È molto importante distinguere tra prostitute e trafficate: le prime sono consapevoli di quello che andranno a fare, hanno libertà di movimento, possono rientrare in Mongolia una volta al mese per rinnovare il timbro alla frontiera, rimangono in contatto con la famiglia; alle seconde tutto questo è negato». Nonostante entrambe le categorie siano condannate a sopportare abusi di ogni tipo (dagli interventi forzati di chirurgia estetica, all’obbligo di abortire.), le trafficate sono anche più esposte al contagio dell’Hiv, visto che non sono libere di scegliere se usare o meno il preservativo. Le malattie veneree sono all’ordine del giorno.
Naran ha soltanto 25 anni. A Ulan Bator il suo lavoro e quello dei suoi colleghi consiste nel condurre campagne di sensibilizzazione tra la popolazione, nell’agevolare il rimpatrio delle vittime, nel fornire loro supporto psicologico e legale. Il governo mongolo nel febbraio 2008 ha introdotto norme più severe in materia di traffico umano, ma non esistono programmi di assistenza e di aiuto per uscire dalla tratta. Condurre azioni legali contro gli sfruttatori rimane un’impresa ancora quasi impossibile. E a complicare le cose contribuisce il fatto che autorità mongole e autorità cinesi non applicano strategie comuni. A tutt’oggi per contrastare il traffico tra i due paesi esiste solo un blando memorandum di intesa con cui il dipartimento di polizia di Erenhot e quello della vicina Zamin Uud, prima città mongola oltre il confine, si ripromettono di intensificare i controlli alla frontiera e prestare soccorso alle ragazze rientrate clandestinamente in Mongolia dopo essere sfuggite ai loro carcerieri. E qui interviene il Mgec.
In Cina, invece, l’ong realizza indagini conoscitive negli ambienti della prostituzione mongola. Rischiando in proprio, a Naran è capitato più volte di infiltrarsi tra le ragazze che lavorano in città come Hong Kong e Macao. Le ha avvicinate e ha parlato con loro: «In pochissime accettano di aprirsi, raccontare le loro storie e ammettere di essere state trafficate. Sono estremamente sospettose e hanno paura della reazione violenta dei loro “padroni”. È molto difficile quindi calcolare il numero delle prostitute mongole in Cina, quasi impossibile conoscere quello delle vittime del trafficking. L’unica cosa certa è che le vite di tutte queste donne, prima o poi, transitano per Erenhot».
Solongo, letteralmente “arcobaleno”, è il nome del ristorante mongolo in cui verso le tre del pomeriggio si possono incontrare molte delle ragazze del Jinqiao Yule. Avvolte in comode e coloratissime tute sportive – sono loro l’arcobaleno? – pranzano in gruppi. Davanti c’è il piazzale da cui partono pullman e taxi diretti a Pechino e Ulan Bator. Un via vai continuo di personaggi eccentrici e loschi. Gente che va, che viene, gente che rimane. Come Bolormaa – qualche anno più grande di Tungalag - che assaporando piano un piatto a base di riso e latte ammette triste di aver rinunciato all’idea di un possibile ritorno. Orfana dei genitori fin da piccola, ha creduto alla sorella maggiore che le prometteva un buon lavoro all’estero. Appena oltrepassato il confine, però, la sorella l’ha venduta a due cinesi che l’hanno costretta a prostituirsi in diverse città. Dopo mesi di insulti e botte, a causa di una visibile cicatrice sul volto è stata degradata a prostituta di serie B e riportata ad Erenhot, sua meta definitiva: «Non ho i documenti, non posso rientrare in Mongolia, ma forse è meglio così. Non credo riuscirei a reggere la vergogna per quello che ho dovuto fare». Interrompe brusca il flusso delle parole, abbassa gli occhi sul piatto e riprende a mangiare in silenzio la minestra. Fino all’ultima goccia. Si alza, paga il conto, saluta e si incammina a schiena dritta verso il Jinqiao Yule, poco lontano. Non volge nemmeno uno sguardo verso i passeggeri che rumorosamente prendono posto sulle corriere in partenza. Allontanandosi, Bolormaa calpesta l’ombra di un’altra celebre statua di Erenhot. Questa volta non si tratta di un dinosauro, e nemmeno di un eroe della storia cinese. È una sorta di venere nuda in cui tutti gli abitanti riconoscono un monumento alla bellezza delle donne mongole. E a tutti, quando la indicano, scappa un sorrisetto malizioso.
"Diario", Agosto 2009
Ore 12.20, lezione di conversazione in lingua italiana. Un gruppo di ragazzi stranieri in semicerchio. Concentrazione, ascolto, curiosità di sentire cosa dicono i compagni. Sì, perché gli argomenti di oggi non sono né il tempo atmosferico, né il piatto italiano preferito. Sono i due occhi di Samaneh, giovane studentessa di Tehran, che ti si piantano addosso e chiedono: «perché nel mio paese io sono obbligata a mettere il velo?». Le rispondono le voci di Chirine, Lubna, Jalila rispettivamente siriana, palestinese che vive in Siria e marocchina, che raccontano come nei loro paesi, invece, il velo non sia obbligatorio indossarlo. Perché la donna può scegliere.
Siamo al Laboratorio Internazionale della Comunicazione (per chi varchi la sua porta, più semplicemente e da subito: il Lab), corso di lingua e cultura italiana per studiosi provenienti da tutto il mondo che ormai da vent’anni è un appuntamento immancabile dell’estate gemonese.
Samaneh al Lab è diventata amica di Shahrzad, anche lei di Tehran. Fanno entrambe parte del gruppo di sessanta studenti che si fermeranno a Gemona fino al 2 agosto. «Mi piace tantissimo stare qui», dice Samaneh, «è incredibile quanto tutti siano gentili e disponibili. Soprattutto, mi ha colpito la grande confidenza che si è instaurata tra professori e studenti». Una delle caratteristiche che distingue il Lab da altri corsi di lingua, infatti, è la vita di comunità, la condivisione pressoché totale di spazi e momenti. «Io, invece, sono felicissima di partecipare al gruppo che si occupa di teatro. Mi diverto molto», si inserisce Shahrzad.
Samaneh e Shahrzad sono in Italia per la prima volta. Hanno lasciato la loro città in un momento difficile. «Dopo le elezioni ci sono stati alcuni giorni di calma apparente finché non è scoppiato l’inferno. L’ayatollah Khameneyi è comparso alla Tv ed ha intimato di rimanere in casa perché le forze di polizia avevano ricevuto l’ordine di sparare. Ha detto testualmente: “state attenti ai vostri figli, se li ammazziamo non saremo noi i responsabili, ma voi che li avete lasciati uscire». «Da quel momento si è creata una situazione surreale.
Il Lab di Gemona è un corso di lingua, una scuola di parole. E le parole di Samaneh e Shahrzad sono una testimonianza lucidissima.
«Io abito in centro, ho avuto tanta paura. Sentivo gli spari e la gente gridare, ma non potevo avvicinarmi alle finestre per capire cosa stesse succedendo. Anche quel gesto sarebbe stato rischioso. Ora, sembra che la situazione sia tornata alla normalità. Purtroppo io non credo che le ultime manifestazioni di protesta potranno qualcosa contro l’attuale regime. Le cose cambieranno solo quando il sistema imploderà del tutto. In questi anni, la situazione economica dell’Iran si è fatta disastrosa: c’è l’isolamento internazionale; l’inflazione e la disoccupazione sono altissime. Il cibo scarseggia e molte persone laureate sono costrette a fare gli autisti abusivi per mantenere le famiglie. È stato bello, tuttavia, scoprire che tanti giovani sono scontenti e osano sfidare le autorità. Significa che la mentalità sta cambiando e che la nostra generazione ha meno paura. Faccio un esempio. In Iran, il velo che le donne devono indossare ha delle misure precise: deve arrivare fino sotto al ginocchio. Molte mie amiche sono state arrestate perché vestivano un velo leggermente più corto. A me non è mai successo, perché i miei genitori mi hanno pregato di non metterli nelle condizioni di dover rapportarsi con la polizia. Quando qualcuno viene arrestato, infatti, sono i genitori che devono andare a pagare la cauzione per riacquistare la libertà dei figli.
Tutti i giorni esco a piedi e per recarmi al lavoro attraverso Tehran con i mezzi pubblici. Ogni
Quest’anno l’Iran, in passato i paesi dell’ex URSS, la polveriera balcanica, Israele e
Ricco come ogni anno il carnet degli ospiti. Personalità della scena culturale, politica e istituzionale pronte a confrontarsi, senza filtri, con i giovani studiosi giunti in Friuli da 26 nazioni. Personalità come Umberto Ambrosoli, giovane avvocato milanese che da tempo percorre lo stivale portando in valigia l’unica storia che afferma di conoscere: quella del padre Giorgio, eroe borghese fatto ammazzare da Michele Sindona. Personalità come il magistrato Giancarlo Caselli e il giornalista Loris Mazzetti (collaboratore storico di Enzo Biagi), corsi a Gemona per parlare di giustizia e di informazione, altri due luoghi simbolici della crisi.
Incontri pubblici, convegni ed eventi culturali. Frutto di meccanismi organizzativi ben rodati e di sinergie efficaci, il Lab è soprattutto quel qualcosa di irripetibile che accade quando donne e uomini che in comune hanno spesso soltanto la conoscenza di un idioma, l’italiano, si incontrano e tra loro inizia lo scambio. Può accadere durante una lezione di lingua o di cultura italiana, oppure succede nel corso delle varie botteghe creative (i corsisti di quest’anno si dedicano al teatro, al video making, al giornalismo e alla radio). A volte capita negli attimi di vita in comune alla Casa dello Studente (la sede ufficiale del laboratorio), spesso nelle case dei gemonesi che ogni estate decidono di ospitare uno studente, prestandogli un letto e magari, perché no, una bicicletta per gli spostamenti quotidiani.
Un’utopia bella e buona, insomma. Che si rinnova ogni anno al Lab e che ha fatto coniare allo scrittore Vincenzo Consolo – ospite di una vecchia edizione - una definizione di Gemona bellissima e enorme. Al compianto direttore Bruno De Marchi, che del Laboratorio internazionale è stato il padre, piaceva ricordarla e porgerla agli abitanti della cittadina pedemontana come un dono prezioso. “Gemona, Piccola Atene”.
Mi aspetto di incontrarlo in un locale. E invece no. Luigino Basso, friulano di Orsaria di Premariacco, mi invita ad andare a intervistarlo a casa sua. «Vieni verso le 18.00, così ci mangiamo una pasta insieme! Sai, qui ceniamo all’orario cinese…». Accetto con piacere. Luigino abita in un compound residenziale di fronte alla “Terra della felicità”, il parco dei divertimenti di Pechino. Scendo dal taxi e mi guardo attorno: il posto è surreale. Davanti a me c’è un passaggio pedonale sopraelevato che riproduce Ponte Vecchio a Firenze, attorno a me costruzioni basse e colorate. Se non fosse per gli alti edifici in costruzione che si stagliano sullo sfondo di questo futuro centro commerciale, direi di essere in qualche città storica italiana. Luigino mi raggiunge. Passeggiamo tra lampioncini e case a due piani, tra ponticelli e fontane. Comincia a parlarmi di sé. Mi racconta che si è trasferito in questa zona due anni fa. «Quando siamo arrivati, non c’era niente. I cantieri sono aperti 24 ore su 24, presto questo posto diventerà un nuovo centro per Pechino». Proseguiamo verso casa sua. Passiamo accanto a grattacieli ordinati, intervallati da parchi giochi per bambini e tanto verde. Ad un certo punto ci fermiamo, mi mostra il suo ufficio. «Io lavoro qui. È comodissimo: attraverso il giardino e sono a casa», dice indicandomi col dito il palazzo di fronte. L’appartamento di Luigino è al piano terra. Per entrare bisogna oltrepassare un piccolo orto. Si, l’orto, in un mega complesso residenziale di Pechino! «Coltivo la rucola, il basilico, il rosmarino e l’insalata». La sensazione che si tratti di una casa vera e non della classica casa dello straniero che vive temporaneamente in Cina è immediata. Lo trasmettono i mobili e la cura per i dettagli. Lo conferma l’elegante moglie con gli occhi a mandorla che mi stringe forte la mano dicendomi «Piacere! Mi chiamo Jiali» in perfetto italiano. Mi fanno accomodare e si siedono entrambi davanti a me. Luigino apparecchia un piatto di Montasio e grana. «Jiali è golosa di formaggio e ormai anche i suoi parenti lo sono diventati. Ogni volta che torno in Italia mi chiedono sempre di portargliene un po’». Guardo Jiali stupita, è raro trovare dei cinesi a cui piaccia il formaggio. «All’inizio facevo fatica perché puzzava troppo e non avevo gli enzimi giusti per digerirlo, poi però mi sono abituata e adesso non posso farne a meno!», dice allegra.
Tra una fetta di pane e un pezzo di Montasio, Luigino mi racconta la sua storia. Jiali lo guarda, completa le sue frasi, ogni tanto si alza e va a controllare il piccolo Marco che sta facendo i compiti in camera sua.
«Sono un freelance che si occupa di meccanica di precisione; ho una mia ditta a Orsaria da più di vent’anni. Ho lavorato in tante parti del mondo (Europa, Africa) e nel 2001 sono sbarcato in Cina per seguire un impianto di laminazione della Shougang, la quarta acciaieria più grande della Repubblica Popolare. Durante il volo di ritorno in Italia ho conosciuto mia moglie». Continua Jiali: «Stavo andando in Europa perché a quel tempo mi occupavo di vendere prodotti di antiquariato cinese. Dopo esserci conosciuti ci siamo rincontrati a Londra, poi di nuovo in Croazia…», «… finchè nel 2003 ci siamo sposati. Lei è arrivata in Italia una settimana prima che qui iniziasse il delirio della Sars. Il matrimonio è stato celebrato con rito civile perché Jiali è musulmana. Siamo rimasti a vivere in Italia per due anni, anche se io ho continuato a fare il pendolare con la Cina». Chiedo a Jiali quando abbia imparato la nostra lingua. «Proprio in quei due anni. Me l’ha insegnata mia suocera. So anche parlare un po’ di friulano!». Mi elenca orgogliosa una decina di nomi di verdure in friulano. «Nel 2004 è nato Marco e nel 2005 ci siamo trasferiti a Pechino», riprende Luigino. «Io attualmente in Cina collaboro con diverse aziende e seguo tanti progetti. Faccio supervisione, collaudo. Percorro almeno 100 tratte aeree interne all’anno». Mentre mi dice questo, una signora cinese compare dal nulla, attraversa il salotto, saluta ed entra in cucina. Penso che sia la Ayi, la collaboratrice domestica, figura immancabile in ogni casa di expat che si rispetti. Mi sbaglio anche questa volta. «Ti presento mia sorella», sorride Jiali «vive assieme a suo marito e suo figlio al piano di sotto. Anche un’altra mia nipote vive con noi. Sai, io ho 4 sorelle e 5 fratelli». «Eh sì», sospira Luigino, «lei ha una famiglia numerosa. Quando organizziamo le cene con i suoi parenti, in un attimo ci troviamo anche in più di 20!». «Gli dico sempre che dobbiamo comprare un tavolo più grande», aggiunge Jiali ridendo. Quando lei si allontana, approfitto per chiedere a Luigino se il Friuli gli manca. «Certo, casa propria manca sempre, ma qui mi trovo bene. Ho un ottimo rapporto con i parenti di mia moglie e anche se non parlo bene cinese ormai mi faccio capire. La Cina è un paese complesso: mi stimola molto il continuo interscambio che si crea con le persone. Impari e insegni molte cose, è una sfida sotto tanti punti di vista». «Pensi di restare in Cina per sempre?». «Non lo so. Io e Jiali ce lo domandiamo spesso, ma il mondo cambia troppo velocemente per poter prendere una decisione definitiva. Per il momento ci sta bene essere qui, anche per nostro figlio: parla perfettamente il cinese e l’italiano e ora all’asilo ha cominciato a studiare anche l’inglese. Io ho girato il mondo grazie al sapere della mia professione, sono contento di pensare che lui avrà dalla sua parte la conoscenza delle lingue». Jiali torna e chiede a Luigino di mostrarmi “il piatto”. Luigino si schernisce, ma alla fine si alza e mi fa cenno di seguirlo. «Ho insistito perché lo comprasse», mi sussurra Jiali, «sopra c’è scritta la mia filosofia di vita, quella che insegno sempre a lui», sorride di gusto ancora una volta. Sui fiori dipinti a mano in classico stile friulano compare la frase “par vivi ben cjape il mont ce mut cal ven”. Li osservo mentre me la mostrano. Non c’è che dire: sono una vera famiglia multiculturale, il ritratto dell’integrazione possibile.
"Il Nuovo Friuli", 2 luglio 2009
Welcome in Second Life. Logging in… Connecting to Region… Loading… Segue un tonfo nell’acqua. Con il mio avatar mi alzo in volo e mi accorgo che sono atterrata in una grande piscina che ricorda terribilmente piazza Tiananmen. Anzi, è piazza Tiananmen. Lo prova la Porta della Pace Celeste, spogliata della famosa effigie di Mao, che si erge dritta davanti a me. Alle mie spalle ecco una scala mobile. Ci salgo, i colori dell’alba illuminano il Monumento agli Eroi del Popolo che si fa sempre più vicino. Alzo lo sguardo. Sulla sua sommità sta appoggiata in bilico un’enorme ruota di bicicletta che fa venire in mente il tradizionale mezzo di trasporto dei pechinesi, ma anche la ruota panoramica da guinnes dei primati - 208 metri, 1920 posti a sedere - che presto verrà inaugurata nella capitale.
Mi trovo a RMB City, la città allegoria della metropoli cinese contemporanea creata su Second Life da Cao Fei, nome emergente della scena artistica del Celeste Impero.
La politica di riforma e apertura economica varata da Deng Xiaoping alla fine degli anni ‘70 e la conseguente vertiginosa ascesa mondiale del mercato cinese hanno provocato in tempi brevissimi sconvolgimenti epocali in tutto il paese. Cao Fei, classe ‘78, è nata e cresciuta a Canton, cuore nevralgico di una zona rurale, il delta del Fiume delle Perle, diventata in poco più di vent’anni il maggiore centro di produzione manifatturiera nonché la regione traino dell’economia della Cina. Come i suoi coetanei, ha toccato con mano gli effetti della modernizzazione selvaggia e fin da piccola ha subìto il condizionamento degli influssi pop stranieri (cartoons giapponesi, pubblicità occidentali). Ha visto da vicino la sua città e altre aree del paese cambiare fisionomia, rinnovarsi, snaturarsi, mescolarsi al resto del mondo. Fa quindi parte di quella che lei stessa ama definire la between generation, ovvero la generazione cresciuta in una cultura ricca di contraddizioni, sospesa tra passato maoista e futuro capitalista. A partire dall’opera Cosplayers del 2004, una serie di surreali ritratti di ragazzi travestiti da manga in posa davanti a sfondi metropolitani, si è occupata di indagare lo straniamento che la rapida metamorfosi della cultura urbana ha prodotto nei giovani cinesi. Un’alienazione che si esaspera fino a diventare fuga: dal reale nel virtuale. Dal 2006 Cao Fei ha elevato il mondo di SL a territorio di ricerca artistica. Ne sono nati il documentario iMirror, riflessione sulla dicotomia reale-virtuale, presentato alla 52ª Biennale di Venezia, e il progetto di RMB City, ovvero la creazione di una città utopica dove poter congelare, e quindi fissare, lo spasmodico inseguimento della modernità avvenuto in Cina.
“Il nome RMB City deriva da renminbi, la valuta cinese che letteralmente significa moneta del popolo”, mi spiega China Tracy, l’avatar alter-ego di Cao Fei che incontro accanto al mercato della frutta di RMB City. “È quindi da un lato la Città del Popolo, ovvero una comunità aperta a tutti, dall’altro una città che si regge sull’economia. Non solo, è anche un luogo da ricordare (Re-Mem-Ber), poiché è formata da simboli in cui riconoscersi”.
Mi avvolge ora una sottile nuvola di fumo nero. Esce da un’alta ciminiera che, assieme alla riproduzione dell’Oriental Pearl Tower di Shanghai, domina l’isola su cui sorge RMB City. Noto il fiume, su cui fluttua una bottiglia gigante di Erguotou, il marchio di grappa più diffuso in Cina. Seguo il corso dell’acqua. Sorvolo prima la Diga del Popolo, chiaro rimando a quella delle Tre Gole, poi uno stagno, costituito da un imponente water nel quale un pesce rosso non smette di guizzare, e infine il porto della città, dove continuo è il via vai dei container. In lontananza scorgo dei palazzi, decido di scendere a terra. Passeggio tra le villette di un quartiere: è il villaggio Huaxi della provincia del Jiangsu, sintesi riuscita tra collettivismo socialista e capitalismo moderno; mi perdo a contare i panni stesi penzolanti dalle finestre di edifici uguali ai condomini popolari di Shanghai, faccio una corsa sulla pista dello Stadio del Popolo, simile al National Stadium di Beijing 2008. Sopra di me galleggiano nell’aria un aerostato a forma di panda e il palazzo progettato dagli architetti Rem Koolhaas e Ole Scheeren, futura sede della Tv nazionale cinese, appeso come un burattino ad una mastodontica gru gialla. All’orizzonte, distinguo l’Isola dello Shopping: un enorme carrello della spesa con dentro un Buddha dorato e tre grattacieli. Esploro la costa. Passo sopra a scarichi che rilasciano rifiuti tossici in mare, a cantieri, a tralicci dell’alta tensione, a spiagge, a risaie e mi accorgo che la vasca di piazza Tiananmen è sorretta da colossali colonne che poggiano sui cingoli di un carro armato. Intorno a me, silenzio: RMB City è una Cina che non brulica di corpi. Incontro pochi avatar. Alcuni sono stranieri. Uno mi dice di essere cinese. Frequenta SL per migliorare l’inglese. Mi parla di politica, dice di essere critico nei confronti del suo governo, ma ci tiene a farmi sapere che sostiene le ragioni della Cina nelle controversie tibetane.
RMB City, come recita il suo manifesto, è «una città fatta solo di eccezioni, preclusioni, contraddizioni, incongruenze e controsensi», citazione esplicita del Marco Polo delle Città Invisibili di Calvino. È uno specchio virtuale che, nonostante rifletta solo parzialmente ciò che sono diventate le città cinesi reali, funge da memoria e da inconscio collettivo. Senza darne l’immagine completa, racconta le contraddizioni del presente; senza richiamarne fedelmente le reminescenze (impossibile non notare l’assenza della Grande Muraglia e dell’esercito di terracotta), allude al passato. È, infine, intuizione del futuro. Un futuro che però rimane velato di malinconia e assomiglia al missile spaziale su cui faccio salire il mio avatar alla fine della peregrinazione in SL: puntato verso il cielo, pronto a decollare verso una meta sconosciuta, per un viaggio di sola andata.

Diario, maggio 2009
È un caldo venerdì di maggio, ma ho lo stesso i brividi e non perché l’aria condizionata raffreddi troppo il teatro dell’Istituto Italiano di Cultura di Pechino in cui mi trovo. La colpa è tutta del suo elegantissimo vestito nero, dei suoi movimenti vivaci, del suono limpido del suo flauto traverso che riempie la sala, avvolge, conduce in luoghi lontani nello spazio e nel tempo, ammalia gli spettatori - italiani e cinesi - accorsi per lo speciale concerto “Dal Friuli alla Cina: viaggio nel linguaggio musicale dei tempi”. Parlo della flautista udinese Luisa Sello, di passaggio nel Celeste Impero per una serie di incontri musical-letterari nei conservatori e in alcune università di Pechino e Tianjin e per l’inaugurazione di un importante progetto.
Il repertorio che la sua esibizione regala è vario. Spazia dalle musiche friulane colte a quelle cinesi, dai canti aquileiesi del 1300 ai canti dei pastori mongoli dello stesso periodo, fino ad arrivare a motivi contemporanei. Presenta la prima mondiale di “Song of Ancient”, un brano che ricalca le melodie cinesi antiche, scritto per l’occasione dal compositore Jia Guoping. Si conclude con il pezzo dell’autore parigino Raymond Guiot intitolato “Cividale Duo”, dedicato alla concertista e alla antica città longobarda.
«Tengo molto a chiudere con questo omaggio», spiega la Sello prima di cominciare l’ultima esecuzione, «da esso prende nome il progetto sostenuto dalla Banca Popolare di Cividale che punterà a diffondere la musica friulana nel mondo. La Cina è soltanto la prima tappa».
Perché iniziare proprio dalla Cina? A detta di Luisa, lei, questo paese e il Friuli sono legati da un sottile filo di seta. Quello che la conduce qui per la terza volta in tre anni, lo stesso che dà il titolo al libro – disponibile anche in cinese - di Carlo Sgorlon. Luisa è qui per presentarlo. «Quando l’Università di Lingue straniere di Tianjin mi ha invitato a proporre un autore italiano per una conferenza, ho scelto uno scrittore della mia terra. Tra i suoi libri, ho selezionato quello che più simboleggiava il legame tra la Cina e la nostra regione. Il romanzo, infatti, racconta il viaggio in Estremo Oriente compiuto dal frate friulano Odorico da Pordenone all’inizio del 1300. La mia, tuttavia, non rimane una presentazione meramente letteraria. Uno dei miei percorsi di ricerca è quello dell’analisi comparata tra musica e letteratura: il viaggio fisico di Odorico, descritto da Sgorlon attingendo ai suoi Commentari, diventa anche un viaggio musicale nel tempo. Il concerto “Dal Friuli alla Cina” è proprio questo: una selezione di pezzi antichi e moderni, cinesi e friulani. I canti aquileiesi che eseguo, ad esempio, sono quelli che Odorico e i suoi compagni di viaggio Michele e Giacomo hanno usato come merce di scambio per guadagnarsi il vitto e l’alloggio appena arrivati in Mongolia. Mi sembrano significativi perché dimostrano come già dai tempi antichi i cinesi considerassero la musica come una sorta di moneta spirituale».
Il rapporto di Luisa con la Cina e i cinesi. «Ho cucito relazioni strette con il mondo musicale accademico, con cui mi trovo benissimo. Sono curiosi, molto disponibili e seri: nonostante spesso le strutture abbiano pochi mezzi, riescono ad essere all’avanguardia nell’informazione e nella ricerca sulla nostra musica. L’atteggiamento nei confronti dello straniero è per fortuna molto diverso da quello che abbiamo in Italia: ci percepiscono come valore aggiunto della loro cultura. Se i nostri politici fossero più lungimiranti, si renderebbero conto di quanto la musica non sia una spesa inutile, ma una grande fonte di potenziale guadagno. È un linguaggio universale, è chiave per unire culture diverse, produce benessere, promuove e crea collegamenti. In una parola, “si tira dietro l’economia”.
Ai cinesi manca il concetto di esibizione dal vivo e quando suono per loro percepisco sempre il loro inebriarsi e la grande empatia. Jia Guoping è solo uno dei diversi compositori che si sono offerti di scrivere brani per me. Li interessa molto far arrivare la loro musica in Europa. Oggi, sono qui proprio per fare da apripista ad una via di scambi spero destinata a crescere. I miei due sogni, per il momento, sono riuscire a portare in Friuli Ye Xiaogang, il compositore del concerto Starry Sky eseguito in prima mondiale dal grande pianista Lang Lang durante la cerimonia di apertura delle Olimpiadi, con cui ho avuto modo di collaborare nel 2007, ed esportare in Cina, con la mia esperienza, la scuola occidentale del flauto traverso moderno che qui non esiste ancora».
LUISA SELLO
Udinese di nascita, è una flautista solista del panorama internazionale. Dopo l’esperienza con l’Orchestra del teatro alla Scala di Milano sotto la direzione di Riccardo Muti, ha intrapreso una intensa attività solistica suonando in importanti stagioni concertistiche e festival in Italia, Europa, Estremo Oriente, USA e Sud America. Gast Professor all’università di Musica di Graz e docente al conservatorio di Trieste, viene regolarmente invitata a tenere masterclass presso università e istituzioni accademiche in Giappone, Cina, Argentina, USA, Russia, Austria, Germania, Spagna. Allieva di Raymond Guiot a Parigi, ha studiato con Severino Gazzelloni, Alain Marion, Conrad Klemm, Glauco Cambursano, James Galway. Laureata in Lingue per la Comunicazione Internazionale e in Letterature Moderne, ha pubblicato saggi sul rapporto musica e letteratura ed ha vinto diversi premi letterari di poesia. Incide per Stradivarius. (www.luisasello.it)
Il Nuovo Friuli, 3 giugno 2009
Per incontrarmi ha percorso un’ora e mezzo di strada con i mezzi pubblici. Il suo appartamento si trova infatti nel quartiere Donggaodi all’estrema periferia sud di Pechino. Ha scelto questa zona perché è vicina all’asilo in cui ha insegnato inglese negli ultimi sette mesi. Marina Martin è di Sedegliano e ha 24 anni. L’hanno guidata in Cina la sua curiosità e la laurea in cinese ottenuta presso l’Università Ca’Foscari di Venezia lo scorso anno.
È sbarcata nel Celeste Impero per la prima volta nel febbraio 2008. A Shanghai. «Era come me l’aspettavo. Sapevo che era una metropoli molto occidentalizzata. Sono venuta per approfondire lo studio del cinese. Ho vissuto sei mesi stupendi insieme ad un gruppo di amici italiani».
Dopo una pausa friulana in cui ha lavorato per una ditta triestina, il lento indebolirsi delle sue competenze linguistiche, ad ottobre, l’ha persuasa a ritornare. La seconda volta, però, la meta è stata Pechino. «Beijing è diversissima da Shanghai. È vero che ormai anche qui ci sono i grattacieli e i centri commerciali, ma la cultura che ho approfondito durante gli anni dell’università è più presente, si sente di più. Questa volta, poi, essendo venuta da sola ho dovuto rapportarmi in maniera più diretta con i cinesi».
Marina ha scelto di studiare il mandarino a scatola chiusa. Fin da piccola è sempre stata affascinata dalle lingue straniere. Ha cominciato a conoscerle alle scuole elementari e medie e le ha approfondite durante i cinque anni di studi superiori da Perito Aziendale Corrispondente in lingue estere. Quando è arrivato il momento di iscriversi all’università ha optato per un idioma ancora non troppo diffuso tra gli italiani. «Tutti studiano inglese, francese, tedesco o spagnolo, io volevo distinguermi. All’inizio avevo pensato al giapponese, poi ho considerato che il cinese avrebbe potuto essermi più utile per trovare lavoro in futuro. Sono stata fortunata: è una lingua che mi piace molto. Credo che se la studiassi di malavoglia, diventerebbe veramente un incubo!».
Come molti sinologi, anche lei è rimasta impigliata nel cinese soprattutto a causa dei suoi suoni e del suo sistema di scrittura. «Quando ho seguito la prima lezione sugli ideogrammi, me ne sono innamorata e subito dopo mi sono appassionata anche all’ascolto e all’imitazione della loro pronuncia. Certo, il fatto che sia una lingua tonale non semplifica la vita!». Il mandarino, infatti, ha quattro toni: la modulazione di una stessa sillaba secondo quattro sonorità diverse fra loro può corrispondere a parole diverse. Ad esempio, il morfema "ma", se pronunciato col primo tono, mā (妈), significa "mamma"; se emesso col secondo, má (麻), significa "canapa"; col terzo, mă (马), significa cavallo e infine, se pronunciato col quarto tono, mà (骂), significa "insultare".
«Ricordare il tono di tutte le parole è complicato. Assieme alla memorizzazione dei caratteri, è sicuramente l’aspetto più ostico della lingua. A volte mi capita ancora di sbagliarli, creando simpatici equivoci. Un paio di giorni fa, ad esempio, ero da McDonald’s con un amico cinese e invece di chiedere il bīng detto al primo tono (冰 “ghiaccio”) da mettere nelle Coca Cola, ho chiesto il bìng pronunciato al quarto tono (病 “malattia”), con grande divertimento del mio commensale».
«Penso che conoscere la lingua sia fondamentale per vivere in Cina e per poter immaginare di costruirci la propria esistenza. Io sono una ragazza che ama viaggiare, ma ama anche tornare a casa. Ora come ora qui mi trovo bene, ma casa mia è ancora il Friuli. Dopo sette mesi di lontananza, mi mancano tanto i suoi paesaggi, la sua aria pulita, la sua tranquillità e il suo cibo: non vedo l’ora di essere di nuovo in Italia per potermi finalmente mangiare un buon panino col salame! A breve ci tornerò per cercare lavoro. Vorrei tanto trovare un impiego che mi permetta di rapportarmi con aziende cinesi, in modo da poter tornare qui…».
Marina è un fiume in piena. Parla della Cina con amore e passione ed è molto positiva e possibilista riguardo alle relazioni con i suoi abitanti. «Attualmente frequento anche dei cinesi, ma la maggior parte dei miei amici rimane occidentale. Tuttavia, sono sicura che quando avrò un livello di lingua così buono da poter dire quello che penso come lo penso e non come lo so dire, non mi sarà difficile creare dei legami forti anche con persone cinesi». Riconosce, però, l’esistenza di un sottile “muro fisionomico” che divide. «Ho insegnato inglese sette mesi in un asilo, a bambini di 3-4 anni. Non dimenticherò mai il primo giorno. Mi guardavano come fossi un’extraterrestre ed erano intimoriti e timidissimi. Io parlavo, ma loro rimanevano in silenzio. La mia collega cinese mi ha dato una mano a rompere il ghiaccio e nel giro di una settimana non ho avuto più nessun tipo di problema».
«La Cina mi piace. Ogni tanto mi disturba il sovraffollamento, ma è un paese che mi ha sempre dato tanto e dove ho vissuto esperienze bellissime. Sto bene con i cinesi, sono un popolo molto ospitale. Quando non diventa invadenza, apprezzo molto la loro curiosità nei confronti del diverso e mi piace come, se ti prendono in simpatia, cerchino sempre di venirti incontro e aiutarti quando hai un problema». «C’è anche qualche aspetto negativo nel vivere a Pechino?» le chiedo. «Si, vivere qui è difficile perché le distanze da percorrere sono grandi». Mentre trascrivo questa frase sul taccuino mi vengono in mente le distanze metaforiche – quelle culturali, a volte così profonde - con cui spesso mi scontro dentro i miei giorni pechinesi, ma capisco in fretta che Marina si riferisce semplicemente a quelle logistiche: «È una città scomoda: per recarsi in qualsiasi luogo bisogna percorrere kilometri e kilometri» mi dice. La migliore risposta possibile. La invidio un po’ e le auguro di cuore buona fortuna!
Il Nuovo Friuli, 20 maggio 2009
Ho trascorso l’ultimo mese in Friuli perché la coordinatrice del progetto “In rete con lo Sbilf” (vedi sotto), la maestra Elena Mattiussi, mi ha chiesto di raccontare la Cina agli alunni delle scuole primarie e secondarie di primo grado dell’Alto Friuli. Dal caos della metropoli in cui vivo ormai da più di tre anni mi sono catapultata nella quiete delle nostre valli e in tre settimane di lezione ho incontrato quasi 800 studenti e circa 70 insegnanti. Gemona, Osoppo, Venzone, Artegna, Tolmezzo, Cavazzo, Timau, Paluzza, Paularo, Piano d’Arta, Villa Santina, Ampezzo, Forni di Sopra, Ovaro, Comeglians, Rigolato, Forni Avoltri, Ugovizza i comuni in cui mi sono recata.
Iniziavo le due ore a mia disposizione domandando ai piccoli alunni che cosa facesse venire loro in mente la parola “Cina”, proseguivo aprendo una valigia piena di oggetti comprati a Beijing, proiettando immagini, intrecciando piccole e grandi storie a cui sono rimasta impigliata negli ormai tre anni e mezzo di residenza pechinese. Soprattutto presentando a ognuno la fotografia di un bimbo cinese diverso. Mi interessava che questi giovani friulani se la vedessero a quattr’occhi con coetanei pechinesi, si conoscessero, si parlassero per capire quanto a volte quello che crediamo di sapere possa essere impreciso o fuorviante. Ne sono nate delle vere e proprie lezioni -laboratorio, con dialoghi, scambi di opinioni e continue domande.
Provo a raccogliere alcuni pezzi di conversazione in classe e lascio che siano le parole dei nostri bambini (in corsivo, esattamente come sono state da loro pronunciate) a fornire una visione originale del Celeste Impero.
La Cina è grande quindi al suo interno c’è di tutto. Ha tantissimi abitanti e per evitare che aumentino ancora, per legge, i bambini della nostra età non possono avere fratelli o sorelle.
I cinesi hanno gli occhi a mandorla, ma non sono né gialli né giallini. In classe uno o due dei nostri compagni hanno la carnagione scuretta simile alla loro.
Pechino, la città dove l’anno scorso ci sono state le Olimpiadi, è la capitale di questo paese. In centro ci sono una piazza grandissima e un importante monumento, la “Porta della pace celeste” (Tiananmen) che le dà il nome. Quest’ultimo è rosso e assomiglia ad un ristorante o anche ad un centro commerciale. Vi è affisso il quadro di un signore con un grosso neo sulla faccia, lo stesso che compare su tutti i soldi cinesi. Adesso è morto ma dev’esser stato circa come Berlusconi per noi.
Una volta a Pechino le case della gente comune avevano solo il pianoterra perché la Città Proibita (la casa dell’Imperatore) doveva restare il punto più alto della capitale. Questo significa che non avevano il solaio per mettere le cose.
Adesso, invece, Pechino al è un puest poderôs: ci sono tante strade larghissime, grattacieli alti e palazzi moderni. Tuttavia è ancora possibile trovare i parrucchieri che lavorano per strada. Sembra comodo, almeno non devono spazzare via i capelli appena tagliati dal pavimento!
I cinesi, come dice un loro proverbio, si cibano di tutto quello che vola tranne gli aerei e di tutto quello che ha le gambe tranne i tavoli e le sedie. Mangiano perfino il cane!!! Però noi mangiamo il cavallo: nessun cinese si sognerebbe mai di farlo. Raccolgono il cibo dal piatto con le forchette a stecco che si chiamano bacchette. Fanno il risucchio quando bevono il brodo per dimostrare che è buono… se lo facciamo noi la mamma ci sgrida di brutto! Mangiano e coltivano tanto riso. Le risaie a terrazzamento che abbiamo visto nelle foto assomigliano alle fette biscottate e sono bellissime.
Gli abitanti della Cina scrivono a forma di casa, usando dei segni strani detti caratteri. Provare a tracciarli sulla lavagna è difficilissimo, ma quando riesci a scriverli ti senti molto realizzato. Quando parlano sembra che cantino perché il cinese è una lingua tonale.
Hanno costruito la Grande Muraglia per difendersi dai nemici e, come si vede molto bene nel film “La Mummia 3”, hanno anche realizzato l’immenso esercito di terracotta: 8000 statue di guerrieri a grandezza naturale messe di guardia alla tomba del loro primo imperatore. Amano i draghi e i panda e praticano il kung fu. Non è vero che tutti i bambini non hanno la Play Station e non è vero che noi per muoverci usiamo le automobili e loro i cavalli.
Chissà perché eravamo convinti che tante cose in realtà giapponesi, come il sushi, i ninja, gli yen, il judo, i samurai e le geishe, fossero cinesi. Su “Dragon Ball”, però, avevamo quasi ragione: anche se è un cartone animato giapponese, è ispirato ad una delle opere più importanti della letteratura cinese.
Ho trovato molto interessante l’occasione di poter raccontare, a bambini che non fanno ancora quotidianamente i conti con la presenza massiccia di stranieri, la cultura di un mondo tanto lontano dal nostro. È stato bello e istruttivo confrontarmi e scoprire quanto la Cina li incuriosisse e affascinasse. In classe c’era voglia di rintracciare differenze e somiglianze, desiderio smodato di rigirarsi gli oggetti tra le mani, grande orgoglio nell’urlare ”lo so già!, l’ho visto in Tv, l’ho letto da qualche parte”. Ciò che più colpiva, però, erano la grande disponibilità a mettere in discussione i luoghi comuni inevitabilmente assorbiti e la capacità di accettare che molte cose fossero più complicate di quanto sembrassero.

IL PROGETTO “IN RETE CON LO SBILF”
Il progetto “In rete con Lo Sbilf” ruota attorno ad un portale - http://www.sbilf.eu - che permette la realizzazione di attività didattiche collaborative tra scuole diverse e integra la didattica con le TIC- Tecnologie dell'Informazione e della Comunicazione. È stato avviato nell’anno scolastico 2005/06 e coinvolge tutti gli Istituti Scolastici del primo ciclo d’istruzione dell’Alto Friuli (Carnia, Valcanale, Canal del Ferro e Gemonese). Il coordinamento e la progettazione sono gestiti da un gruppo di docenti rappresentanti di tutti gli istituti della rete avente per capofila l’istituto Comprensivo di Villa Santina.
Il giornale on-line “Lo Sbilf”, le “Aule virtuali”, la Web Quest, e i Musei Virtuali sono alcuni ambienti di lavoro in cui due o più classi, anche geograficamente distanti, lavorano insieme alla realizzazione di percorsi didattici condivisi. L’intento è quello di aprire le scuole alla conoscenza e al confronto con altre realtà, valorizzando nel contempo il patrimonio culturale del proprio territorio. In questo modo, “scuola in montagna” assume anche un valore aggiunto e non un disagio nell’apprendimento.
Questo progetto ha permesso anche la creazione di una comunità di apprendimento per la costruzione della conoscenza e i docenti partecipano a percorsi comuni di ricerca-azione.
Il Nuovo Friuli, 22 aprile 2009
Hong Kong, Pechino, Shanghai, Shenzhen e Tokio sono alcune delle città più ricche e conosciute dell’Estremo Oriente. Lo skyline di ognuna di esse fa da sfondo alla vita frenetica di Ksenja Marusic, triestina.
Ksenja ha incontrato la Cina per la prima volta nel 1996, subito dopo la laurea in scienze diplomatiche internazionali conseguita a Gorizia. «Ho cominciato a viaggiare in Cina come consulente nel settore della moda», mi racconta con la sua voce cristallina, «i cinesi sono persone intelligenti e capaci e per questo in grado di apprendere velocemente le nostre tecniche lavorative. Più venivo qui, però, più mi convincevo dell’esistenza di un settore economico difficilmente replicabile: l’agroalimentare. Oltre alle competenze tecniche, in questo campo entrano in gioco fattori come le caratteristiche del territorio, il clima, la qualità dell’aria, impossibili da riprodurre. Tuttora ritengo che servirà molto tempo prima che i cinesi siano in grado di copiare fedelmente i nostri prodotti alimentari».
Con questi pensieri nella testa Ksenja ha deciso di lanciarsi in un’avventura imprenditoriale e ha aperto quella che ormai è una delle più importanti società di esportazione di prodotti italiani nell’Estremo Oriente, la Ellermann SRL con sede in piazza San Giovanni a Trieste, ma ufficio di rappresentanza a Hong Kong, città che, dal 2005, è diventata la sua seconda casa.
Parlando della Repubblica Popolare Cinese, come vanno la richieste di Made in Italy agroalimentare?
«Sono senz’altro in aumento. In generale i cinesi sono molto affascinati dall’Italia. Lo sono da tempo, inizialmente soprattutto grazie alla moda, che ha aiutato a creare e promuovere un concetto di Italian style che i cinesi aspirano ad imitare. Ora, però, non si accontentano più solo del vestito italiano, vogliono acquistare anche tutto ciò che fa parte del contesto culturale da cui proviene. L’agroalimentare nostrano, quindi, ha avuto bisogno di più tempo per entrare nell’immaginario collettivo cinese, ma ora è sempre più ricercato».
La crisi economica ha colpito anche il vostro settore?
«Sicuramente sì: della crisi hanno risentito un po’ tutti, ma io, per quanto riguarda la ristorazione, non lo ritengo un fatto totalmente negativo. Mi sono accorta che da quando i ristoranti hanno cominciato a svuotarsi, per attirare i clienti si è diffusa la volontà di offrire prodotti di qualità maggiore rispetto a prima. Se da un lato la crisi ha comportato una riduzione dei guadagni, dall’altro, però, ha contribuito a migliorare la qualità della merce in circolazione».
I cinesi apprezzano il vino italiano? E quello friulano?
«Il vino piace molto ai cinesi perché ha un tasso alcolico inferiore alle loro grappe e quindi possono dilatare nel tempo le loro tradizionali bevute. La domanda di vino italiano negli ultimi anni è cresciuta molto. Fino a poco tempo fa vigeva il monopolio del vino francese, ma oggi, grazie all’eccellente lavoro dei sempre più numerosi chef italiani che diffondono la nostra cucina in Cina, la richiesta si sta facendo sempre più consistente. Il Friuli, purtroppo, rispetto ad altre regioni italiane, è un po’ penalizzato perché il mercato cinese, diversamente da molti altri, predilige il vino rosso al vino bianco. Noi, comunque, di friulano, esportiamo cabernet, sauvignon, pinot grigio e ribolla gialla».
Oltre al vino, quali altri prodotti friulani diffondete in Cina?
Il caffè, i calici da degustazione di vino e il prosciutto di S. Daniele. Esportiamo quest’ultimo solo a Hong Kong e in Giappone perché nella Repubblica Popolare esistono ancora scogli burocratici che ce lo impediscono. Accade spesso che prodotti facilmente distribuibili nei mercati del far east siano difficili, a volte impossibili da esportare nella Repubblica Popolare, dove le pratiche doganali e le normative sulle accise sono intricate e molto variabili. Per questo motivo, per il Celeste Impero, dobbiamo affidarci a importatori autoctoni specializzati nei vari prodotti.
Chi sono i vostri maggiori acquirenti?
«I nostri clienti sono per lo più gli alberghi a cinque stelle e i ristoranti italiani e internazionali di alto livello. Ovviamente, questi servono la classe cinese ricca che è molto esigente e pretende sempre l’ alta qualità nei prodotti che consuma. Quando torno a Trieste i miei amici scherzando mi dicono che nel paese in cui lavoro sono capaci di copiare tutto. Io rispondo che è vero, ma è anche vero che chi ha disponibilità economica in Cina non cerca le copie bensì l’originale: i cinesi, al contrario di quanto pensano molte persone, sanno apprezzare e distinguere la qualità».
Come vi muovete sul mercato?
«Il modo migliore per farsi conoscere come azienda è partecipare alle fiere. In alternativa, soprattutto con ditte che già ci conoscono, organizziamo gli chef table, ovvero corsi di cucina per chef cinesi, progettati con i nostri fornitori utilizzando prodotti che vendiamo e ospitando cuochi italiani. Spesso al cibo abbiniamo anche i vini e i caffè che commercializziamo. In questo caso oltre agli chef invitiamo anche i food and beverage manager, esperti nella compilazione delle carte dei vini e nella scelta delle qualità di caffè.
E poi, viaggio. Passo sei mesi all’anno in aereo, sospesa tra Pechino, Tokyo, Shanghai etc. Desidero che la mia azienda cresca ancora, quindi devo essere presente. In questo mercato è impensabile, per il momento, delegare. Quando la mia azienda sarà cresciuta abbastanza e troverò delle persone affidabili che mi possano sostituire in questa parte del mondo, però, voglio tornare nella mia Trieste».
Nuovo Friuli, 10 marzo 2009
L’appuntamento è alle 11. Arrivo leggermente in anticipo e approfitto per dare un’occhiata al menù dentro la bacheca di vetro appesa al muro di fronte a me. Salmone alla griglia, trenette ai frutti di mare, branzino con asparagi e patate, conchiglie con pomodori secchi e ricotta. Potrei essere in Italia, ma non lo sono. Mi trovo al numero 1 della via Sanlitunbeixiaojie a Pechino e sto aspettando il signor Giuliano Movio - 60 anni, friulano di Precenicco - per farmi raccontare la sua storia di imprenditore della ristorazione nel Celeste Impero. Quando si accorge di me, mi stringe la mano con forza e mi invita ad entrare da “Assaggi”, uno dei ristoranti italiani più raffinati della città. Il suo ristorante. L'interno è elegante e luminoso.
Erano gli anni ‘70 quando Giuliano si è trasferito a Londra per studiare i meccanismi e carpire i segreti delle tecniche di ristorazione. Ha lavorato in diversi hotel e locali famosi, tra cui Savoy e Mr. Chow, il più importante ristorante cinese di Londra.
Nel 1999 è venuto in viaggio in Cina e ha cominciato a pensare che la capitale potesse offrire delle chance alla cucina italiana. «Dieci anni fa, qui, con Western Restaurant si faceva riferimento esclusivamente alle grandi catene come Mc Donald’s. Ho ritenuto che valesse la pena rischiare. Per un cittadino cinese è impensabile aprire un’attività senza i guanxi, i cosiddetti rapporti di conoscenza clientelare, figurarsi per un occidentale che non conosce la lingua. Mi sono quindi fatto dare una mano da una ragazza cinese conosciuta a Londra - successivamente diventata mia socia - che si è occupata di trovare il luogo adatto in cui aprire un ristorante italiano».
Quando nel 2000 ha ottenuto il permesso di affittare una delle palazzine governative sulla via Beixiaojie, Giuliano era titubante. «Allora, attorno al nostro locale non c’era nessun altro esercizio commerciale, mi sono spaventato. Dopo l’apertura nel novembre 2001, però, mi sono reso conto che la scelta della location funzionava perché il ristorante attirava gli impiegati delle tante ambasciate che hanno sede in questa zona della città». La sua clientela è infatti composta per il 30% da cinesi e per il 70% da stranieri. I cinesi che frequentano “Assaggi” sono per lo più esponenti del mondo politico e culturale. «Fino a due anni fa veniva spesso a cena Xi Jinping, l’attuale vice presidente della Repubblica Popolare. Ci facevamo sempre grandi risate e io gli ho regalato tanta grappa friulana: la apprezzava molto. Ora teme di creare disagio – essendo diventato il numero due dopo Hu Jintao, quando si sposta devono bloccare le strade e sgomberare il locale in cui è diretto per motivi di sicurezza - quindi continua a venire solo sua moglie con le amiche. Ogni tanto passa anche il cognato a ritirare per suo conto un take away da consumare comodamente a casa». Proprio per la composizione variegata della sua clientela, Giuliano ha rinunciato alla preparazione di piatti tipici friulani. «Voglio offrire un’immagine internazionale della cucina italiana, in cui i miei clienti possano riconoscersi, senza però trasformarla nella solita cartolina folcloristica. Vendo, tuttavia, sia grappe che vini friulani e per un breve periodo ho fatto esperimenti di cucina cinese fusion condendo i piatti asiatici con alcuni nostri vini, come ad esempio il tocai e il pinot grigio. Si sposavano in maniera ottima».
All’avvio dell’attività le difficoltà non sono mancate. «Mentre eravamo a Londra io e lo chef di allora avevamo studiato il menù da proporre all’apertura del locale. Quando siamo arrivati a Pechino abbiamo dovuto rifare tutto daccapo perché non si trovavano gli ingredienti. Io utilizzo solo prodotti italiani, però sono costretto a comprare qui la carne e il pesce. Nel menù avevamo messo la triglia… vai tu a trovare la triglia a Pechino nel 2001! Ancora oggi non è sempre facile reperire gli ingredienti, anche se il mercato si è molto sviluppato».
La socia, all’inizio, gli telefonava a Londra per comunicargli che non c’erano i clienti, lui le diceva di tenere duro, di aspettare, prima o poi sarebbero arrivati. Così è stato. Nel 2004 Giuliano si è trasferito definitivamente a Pechino e dal 2007 ad oggi ha aperto altri tre locali di successo: due “Paninoteche” e “Panino giusto”, quest’ultimo sandwich bar in società con il figlio Luca. «La Cina non è un paese “vicino” al nostro, come possono essere le altre nazioni europee. Ha una sua cultura culinaria sterminata con più di 60 tipi di cucine regionali diverse e i cinesi sono un po’ come gli italiani: non amano provare cose nuove. Ancora oggi in moltissime zone del paese non ha nessun senso aprire un’attività di ristorazione occidentale. Per questo motivo, quando si decide di investire in Cina in questo settore bisogna essere pazienti. Non si può venire qui pensando di raggiungere successi immediati, è necessario essere consapevoli che i risultati si conseguiranno nel lungo periodo. Per ottenerli, deve avvenire una trasformazione culturale, qualcosa che non si raggiunge in un anno. Ora, se riuscirò a trovare un investor, vorrei avviare anche un’attività di pasticceria e una produzione industriale di insaccati. In Cina c’è grande domanda di entrambe, ma sono ancora molto pochi quelli che rispondono».
Sono passati circa 40 anni da quando il signor Movio ha preparato la valigia e ha lasciato il Friuli. «Prima o poi ritornerò, ma per ora non voglio fermarmi. Viaggiare mi ha insegnato a rispettare gli altri. Il buono e il cattivo ci sono dappertutto, l’importante è imparare a non giudicare. Io ho girato tanto nella mia vita, ma sento di non avere ancora imparato niente».
Nuovo Friuli, 15 febbraio 2009
“Un grazie da parte del Governo di Israele alla cittadinanza di Shanghai per aver salvato la vita, con un grande atto umanitario, a migliaia di ebrei durante la seconda guerra mondiale”. La data dell’iscrizione è il 14 ottobre 1993, calligrafia e firma - in ebraico e inglese, come il resto del testo - sono quelle di Yitschak Rabin.
Le parole si stagliano bianche su una parete nera dell’edificio che assieme alla sinagoga Ohel Moshe costituisce oggi il museo ebraico di Shanghai. Situato nel quartiere di Hangkou, non lontano dalle sponde del fiume Huangpu, testimonia e commemora la storia del ghetto che permise a circa 20.000 ebrei di sfuggire al massacro nazista in Europa.
I primi ebrei arrivarono a Shanghai nella seconda metà del 1800, subito dopo la fine delle Guerre dell'oppio. Si trattava di singoli imprenditori in cerca di fortuna che in poco tempo riuscirono a creare un impero immobiliare capace di trasformare il volto della città. Nel 1931 i maggiori hotel della città e i palazzi architettonicamente più raffinati della Nanjing Road, la più famosa via commerciale di Shanghai, erano proprietà di famiglie ebree.
Dopo la guerra russo-giapponese, conclusasi nel 1905 con la vittoria del Sol Levante, pogrom e persecuzioni obbligarono un gran numero di ebrei russi a spostarsi in Cina. Alcuni di questi giunsero a Shanghai. Poveri e stremati vennero aiutati dagli uomini d’affari ebrei che a Shanghai avevano fatto la loro fortuna e che si offrirono di costruire e mettere a loro disposizione case popolari, scuole e sinagoghe. Nasceva in questo modo il quartiere ebraico di Hangkou, che in poco tempo conquistò il soprannome di «piccola Vienna» grazie alla vivacità e al fervore intellettuale che lo caratterizzavano. L’ascesa del quartiere coincise con quella di Shanghai. Nello stesso periodo, infatti, mentre l’America e l’Europa si trovavano ad affrontare le angosce della crisi finanziaria, Shanghai diventò sempre di più una città cosmopolita dalle mille contraddizioni, capitale del vizio e dello sfarzo: la famosa «Parigi D’Oriente», detta anche bordello d’Asia.
Con il secondo conflitto sino-giapponese (1937-1945) e l’occupazione della Cina da parte nipponica, alla fine degli anni trenta molti stranieri decisero di lasciare Shanghai. Non gli ebrei, che videro invece in Shanghai un porto sicuro in cui rifugiarsi dal crescente odio antisemita.
È in tale contesto che iniziò la fuga dall’Europa verso questa città lontana, poco sospetta, permeabile ai flussi migratori e popolata da cinesi, francesi, inglesi, indiani, tedeschi e russi. A favorire il processo di trasferimento pensò He Fengshan (detto anche Dottor Ho o “Schindler cinese”), console del Celeste Impero in Austria. Il diplomatico - segretamente e di sua iniziativa - firmò per un lungo periodo circa 400 permessi al mese per consentire al maggior numero di ebrei possibile di uscire dal paese e di allontanarsi dall’Europa.
La Piccola Vienna divenne sempre più popolosa. Gli occupanti nipponici, tuttavia, non sembrarono curarsene fino al 1942, quando il «boia di Varsavia» Josef Meisinger, su ordine del capo supremo della Gestapo Himmler, arrivò a Shanghai e intimò agli alleati di procedere con la soluzione finale della questione ebraica. I giapponesi eseguirono l’ordine soltanto in parte, limitandosi a trasformare il quartiere di Hangkou in un ghetto da cui chi era arrivato dopo il 1937 non potè più uscire. Nonostante la miseria, la sporcizia e il sovraffollamento in cui furono costretti a vivere, il ghetto di Shanghai consentì a più di 20.000 ebrei di scampare al delirio nazista. Coloro che in quel periodo si lamentarono per le condizioni di vita, alla fine della guerra, con la scoperta dell’orrore dei lager, si resero conto in fretta di come in realtà Shanghai fosse stata un’isola di pace.
La storia di mescolanza e identità, di fuga e sopravvivenza degli ebrei di Shanghai si può leggere oggi dentro le foto appese ai muri del museo, nei video trasmessi dai grandi schermi, negli oggetti disposti con ordine che si incontrano prima di imbattersi nel bianco della calligrafia di Rabin.
Si può ascoltare nella voce di Wang, uno dei giovani cinesi che studiano storia e volontariamente guidano i turisti dentro la magia del ghetto.
Le sale della piccola esposizione sono avvolte da un silenzio irreale se paragonato con l’esterno, un silenzio rotto solo dall’audio dei filmati e dai passi dei visitatori consapevoli dell’esistenza di questo lembo di città ormai quasi dimenticato. Per lo più si tratta di americani: discendenti diretti di quegli ebrei che dopo l’ascesa di Mao, in quanto stranieri, furono invitati ad allontanarsi dalla Cina, oppure curiosi, desiderosi di scoprire se possiedono legami di parentela con le famiglie dei 20.000 sopravvissuti. Una delle stanze del museo, infatti, ospita un database informatico in grado di stabilire l’esistenza o meno di rapporti genealogici tra il proprio cognome e i cognomi del ghetto. Quello statunitense è un pellegrinaggio costante che, considerato dalle autorità locali fonte di profitto, ha finora garantito l’immunità a questo luogo minacciato dalla ricostruzione selvaggia che negli ultimi decenni ha stravolto la metropoli. Al di fuori dei due palazzi discreti che compongono il museo, brulica una Shanghai povera e caotica, con i cinesi che trascinano carrelli di frutta, pesce e dvd pirata. Nessuno sembra fare caso alle rare stelle di Davide ancora visibili sui muri, tra i meandri delle stradine del ghetto. Wang lo conferma: alla maggior parte dei cinesi non è concesso avere memoria della propria storia, figurarsi di quella degli altri.
Il Nuovo Friuli, 28 gennaio 2009